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Amicizia
e amore
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Cicerone e Seneca
La monacazione ha posto fine al matrimonio tra Eloisa e Abelardo, ma
lei non si rassegna: se non possono più essere marito e moglie,
possono però ancora essere amici, nel senso pieno del termine teorizzato
da Cicerone e Seneca. Ma Abelardo è di tutt'altra opinione.
L'idea di amicizia che Eloisa fa propria è tratta da Seneca e
Cicerone. Seneca aveva definito l'amicizia come "par voluntas",
eguale volontà: ciò che unisce i simili nel cammino comune
verso la sapienza. L'amicizia è condivisione di
ogni cosa, anche e soprattutto nei momenti difficili e nella sventura.
L'amicizia trova la sua espressione più valida nella vicinanza
epistolare, che dà luogo a una dialettica tra assenza e presenza:
l'assenza, la lontananza fisica, permette una presenza più reale
perché spirituale. Così anche per Cicerone
il carattere fondamentale dell'amicizia è il suo essere amore disinteressato.
Essa è "convergenza di cose umane e divine": non nasce
dall'indigenza, non ricerca l'utile, non è mai complicità
in azioni disonorevoli; trova invece la propria ragion d'essere in se
stessa. Amicizia e amore, spiega Cicerone (ed Eloisa con lui), hanno una
radice comune: "ab amando".
L’idea ciceroniana di amicizia e amore puro è ripensata
da Eloisa alla luce del concetto di responsabilità:
l’amore disinteressato coglie la singolarità irripetibile
dell’amato, la sua particolarità; chi ama non pretende nulla
in cambio, ma chi è amato deve farsi consapevole di aver contratto
un debito, da ripagarsi soltanto con la dilezione del cuore. Eloisa, insomma,
ha fornito una voce e un vocabolario all’amicitia fra uomo
e donna, attraverso il recupero di testimonianze classiche che avevano
considerato l’amicizia come valore soltanto maschile.
Eloisa cerca di delineare per sé un ruolo analogo a quello che
nella Storia delle mie disgrazie Abelardo aveva riservato all’anonimo
amico. Eloisa, in altre parole, chiede di essere considerata il Lucilio
di Abelardo, l’amicus, e insieme l’amica
– con tutta l’ambiguità che questo termine comporta
– piuttosto che la sposa (uxor).
[Nell'immagine,
Abelardo in un manoscritto del XIV secolo. Oxford, Bodleian Library. Cliccare
per l'immagine full-size
(38 Kb).]
La risposta di Abelardo
Abelardo ritiene invece necessaria una sublimazione della loro amicizia
in una relazione pater/filia, mutuata da Gerolamo piuttosto che
da Seneca; intende fare di Eloisa la destinataria di epistole di direzione
spirituale: una "nuova Eustochio", anziché un
nuovo Lucilio. Le Epistole III e V considerano e riconoscono in Eloisa
soltanto l’aspetto legato alla sua attuale condizione di monaca.
Sembra che Abelardo voglia richiamare l’attenzione di lei sulla
sua situazione presente, impedendole così di continuare a focalizzare
il discorso sugli eventi del passato.
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