|
|
Amicizia e amore
2/2
L'amore puro e il "debito"
Rifiutando quella trasfigurazione dell'amore nella fede,
Eloisa si appella all'amore puro, alla dilectio disinteressata
teorizzata da Cicerone, sulla quale costruisce un'originale dottrina,
che unisce influssi ciceroniani a temi tratti dall'etica abelardiana,
per collegare l’amore e l'amicizia al tema della responsabilità
e del debitum. Non si tratta dunque dell'accettazione acritica
e passiva di un modello, ma siamo di fronte ad una rielaborazione originale
di nozioni mutuate da fonti assai disparate.
L'amore puro di Eloisa è fondato sull'idea di debitum,
che indica una responsabilità di cui deve farsi carico la persona
amata. Questo "debito dell’amicizia" può coesistere,
in maniera solo apparentemente paradossale, con il carattere disinteressato
dell’amicizia stessa: chi ama, ama disinteressatamente, senza nulla
pretendere, come insegna Cicerone; ma chi è amato deve essere consapevole
di aver contratto un debito, tanto maggiore quanto più l’amore
ricevuto è "immoderatus".
[Nell'immagine, una pagina dal manoscritto dell'Epistolario appartenuto
al Petrarca, il quale
vi lasciò annotazioni a margine, per poi citare Abelardo nel suo
"De vita solitaria".]
Il ruolo che in Cicerone l'amicizia riveste tra uomini dev'essere svolto
dall'amore nel matrimonio, argomenta Eloisa. L'amore
"puro" non perde la sua purezza quando si innesta entro il vincolo
matrimoniale. Non c'è, in altre parole, un'assoluta incompatibilità
tra "amore libero" e amore coniugale, perché l'amore
coniugale deve tendere a conformarsi all'amore disinteressato teorizzato
da Cicerone. Per Eloisa, l'amicizia supera il legame coniugale inteso
come semplice vincolo legale, proprio perché essa è libera
da ogni legame: così come, per Cicerone, l’amicizia superava
in dignità gli stessi legami di parentela, perché frutto
di una libera scelta.
Certo, sul piano ideale (quello del sapiente greco e latino, per cui
"il filosofo non deve prender moglie"), il matrimonio diventa
una caduta rispetto all'amore libero da ogni legame; ma sul piano umano,
concreto (quello dell'"etica della moderazione" proposta da
Eloisa), non si è di fronte a un dualismo rigido, ma anzi si afferma
che, nel matrimonio, è possibile e auspicabile riproporre l'ideale
ciceroniano. I due piani sembrano coesistere, certo non armonicamente,
ma in una tensione non risolta che rappresenta uno dei
punti più elevati raggiunti dalla riflessione di Eloisa.
Abelardo e il ribaltamento della nozione di "debito"
Il tentativo, da parte di Abelardo, di reindirizzare i pensieri di Eloisa,
di distoglierli da sé per rivolgerli verso Dio, non poteva che
passare attraverso un ripensamento radicale della nozione di amore puro.
Abelardo accetta la definizione di amore proposta da Eloisa, ma la ribalta
su se stessa per trovarne la manifestazione più alta nell'amore
di Cristo per l'umanità e, singulariter, per lei, per
Eloisa. Cristo, spiega Abelardo ad Eloisa, "emit te, et redemit"
(Ep. V). Cristo ha "comprato" Eloisa per redimerla: l'ha comprata
non con il denaro ma con il dono gratuito dell'amore,
l'Agape che è piena oblatività. Cristo può
dunque rivendicare uno jus in Eloisa: jus,
"diritto", che non è altro che quel debitum
che Eloisa si è fin qui affannata a rivendicare per sé.
Cristo ha amato Eloisa di un immoderatus amor, tanto da sacrificarsi
per lei: Eloisa è dunque responsabile verso Cristo. Abelardo richiama
così la sua sposa ad una corretta finalizzazione dell'amore,
memore del precetto agostiniano
per cui "solo Deo fruendum", e solo Dio va amato di un amore
"immoderato".
2/2
Vai alla sezione successiva: Verba pro rebus
|