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Il
problema etico: "intentio" e "peccatum"
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Vizio e peccato
"Scito te ipsum", conosci te stesso: così
Abelardo intitolava il suo trattato sull'etica. Eloisa gli propone però
un diverso modo di intendere la moralità; Abelardo si mostra disponibile
ad apprendere dalla propria allieva.
L'etica, per Abelardo, è una questione che si gioca nell'interiorità
dell'anima, in un rapporto immediato e naturale con Dio. Abelardo distingue
il "vizio", una naturale propensione al male
che deriva dalla natura imperfetta e corrotta dell'uomo, dal "peccato"
vero e proprio, che è invece il risultato di una consapevole decisione
("consensus") di agire in senso contrario al comando divino.
[Nell'immagine, Abelardo tiene lezione. Stampa del XIX
secolo.]
Il fatto che noi siamo naturalmente portati al male, spiega Abelardo,
è un aspetto fondamentale dell'etica: Dio, infatti, non ci chiede
di non essere tentati, ma solo di resistere alle tentazioni.
Questa lotta, questa battaglia che si instaura nel nostro animo, tra il
desiderio del male e la nostra forza di volontà tesa al bene, è
ciò che ci rende meritevoli del Paradiso. Abelardo sostiene infatti
che la nostra naturale debolezza può e deve diventare "materia
pugnae", cioè campo di battaglia in cui le
nostre inclinazioni naturali si scontrano con la razionalità del
comando divino. Solo resistendo alle tentazioni, e quindi combattendo
quella "battaglia", potremo guadagnarci la "corona della
vittoria" e sedere in Paradiso accanto ai Santi
e ai Martiri.
L'etica di Abelardo è in sostanza un'etica conflittuale,
basata su una continua e ripetuta negazione degli istinti naturali. Diviene
dunque un'etica dualistica: con evidenti influenze agostiniane
e quindi platoniche e neoplatoniche, la moralità in Abelardo si
configura come una continua lotta per emanciparci dalla nostra natura
di peccatori.
Peccato e azione malvagia
Un aspetto importante dell'etica abelardiana, che ha condotto alcuni a
leggervi un'anticipazione della nozione di autonomia nell'etica di Kant,
è il fatto che per Abelardo le azioni non hanno alcuna rilevanza
rispetto al concetto di "peccato". In altri termini, se Abelardo
distingue il "vizio" (come propensione naturale al male) dal
"consensus" (come decisione di compiere un'azione malvagia),
distingue però anche il "consensus" dall'azione
malvagia vera e propria.
"Non c'è peccato se non contro coscienza": nel momento
in cui io decido di compiere un'azione contraria alla volontà divina,
spiega Abelardo, io ho già peccato, indipendentemente dal fatto
che poi io compia o meno quell'azione. Questo principio apparentemente
elementare è in realtà una grande novità rispetto
all'etica monastica, tipica dei contemporanei di Abelardo, che scorgeva
il peccato nelle stesse azioni peccaminose. Ed è anche un principio
opinabile: Eloisa ne vedrà con chiarezza i limiti
e le insufficienze.
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