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Glossario

fulberto

[Nell'immagine, Eloisa e Abelardo sorpresi da Fulberto; stampa ottocentesca.]

 

Agostinismo

Arti liberali

Dialettica e Logica

Misoginia

Nominalismo

Realismo

Riscoperta di Aristotele

Ruminatio

Teologia

 

abelardoeloisa

 

 

 

Eloisa e Abelardo in una coppia di stampe del secolo XIX.

 

 

 

Agostinismo

Agostino lascia ai medievali un ampio patrimonio di dottrine, che saranno fatte proprie, un secolo dopo Abelardo, dalla corrente francescana della Scolastica. I capisaldi dell'agostinismo medievale sono: l'assenza di una distinzione precisa tra il dominio della filosofia e quello della teologia; la teoria dell'illuminazione divina come base della gnoseologia; la preminenza della nozione di bene su quella di vero (e dunque della volontà sull'intelligenza, sia in Dio che nell'uomo); il riconoscimento alla materia di una realtà positiva, anziché, aristotelicamente, di una pura potenzialità.

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Arti liberali

Sono gli insegnamenti del trivio (grammatica, dialettica e retorica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, musica e astronomia) che costituivano la base degli studi nelle scuole altomedievali e poi nelle università. Solo raggiunto il grado di "maestro delle arti" era infatti possibile accedere a una delle tre Facoltà universitarie superiori di teologia, diritto e medicina.

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Dialettica e Logica

Per Aristotele, la dialettica è quella branca della logica che parte da premesse probabili e costruisce sillogismi verosimili (entimema). Nel medioevo, e in Abelardo, "logica" e "dialettica" sono generalmente usati come sinonimi. La dialettica è una delle sette Arti liberali. Per una presentazione del pensiero di Abelardo ed Eloisa riguardo il "problema degli universali", si veda la sezione "Verba pro rebus" di questo sito.

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Misoginia

La nozione dell'inferiorità della donna era talmente radicata nel sentire comune degli uomini antichi e medievali che la quasi totalità delle donne non tentava neppure di metterla in questione: la sottomissione non era loro imposta ed erano esse stesse le prime ad insegnarla ai figli. Erano per prime le donne a perpetuare il sistema gerarchico e i casi di ribellione rappresentavano un'eccezione. Il cristianesimo, in quanto religione monoteistica sorta ed incubata in un mondo patriarcale, esclude la femminilità al livello del divino; e perciò le donne, non potendo in quanto femmine essere simili a Dio, non possono avere uno status pienamente umano né godere di una piena capacità religiosa.

L'antropologia cristiana tradizionale parte da due premesse contrastanti, ossia (1) che nell'ordine della creazione Dio ha stabilito una gerarchia androcentrica, ovvero la subordinazione della femmina al maschio; mentre (2) nell’ordine della redenzione si realizza, per opera di Cristo, un'equivalenza di tutti gli esseri umani, nel senso della parità tra uomini e donne.

Aristotele teorizzava l'inferiorità delle donne, fondandola su una differenza biologica (il carattere "passivo" del contributo femminile alla riproduzione) e facendone derivare, nelle sue opere politiche, il diritto dell'uomo a comandare sulla donna. Per Aristotele, il principio maschile corrisponde all'"anima" o "forma" e quello femminile al "corpo" o "materia"; da ciò consegue, conformemente alla teoria aristotelica del rapporto tra atto e potenza, che all'uomo è attribuito il ruolo "attivo" e alla donna quello "passivo", ricettivo. Ne risultava una definizione di donna assai spregiativa, che la vedeva come maschio "deforme" o "imperfetto". Il principale tra i modelli o topoi dell’antifemminismo classico, rielaborati poi dal pensiero cristiano, era senz’altro il trattato antimatrimoniale di Teofrasto, incorporato da Gerolamo nel suo Adversus Jovinianum, e citato diffusamente nell’Historia calamitatum di Abelardo.

L'atteggiamento misogino e antimatrimoniale dei Padri colpì profondamente gli uomini del Medioevo, che di quelle teorie fecero il cardine della propria etica. E così, isolando alcune affermazioni riscontrabili in san Paolo, in Tertulliano o nei Padri, essi scaricarono sulle donne i pregiudizi negativi che gravavano sul matrimonio, considerato come conseguenza del peccato originale. Le donne, figlie di Eva, simbolo del peccato, vennero ancora una volta colpevolizzate e demonizzate. Nel matrimonio, accettato solo come remedium concupiscientiae, la loro attività fu nuovamente finalizzata alla sola procreazione. La cultura medievale assumeva la mascolinità come termine di riferimento costante; per cui ogni manifestazione di fermezza, coraggio, costanza da parte di una donna era considerata un "atteggiamento virile".

Nella cultura medievale assistiamo tuttavia a una frequente riproposizione di quello che Alcuin Blamires ha definito "the case for women", ovvero a una serie di prese di posizione in favore della donna, tendenti a dare una rappresentazione positiva della femminilità. È il caso di alcuni passi delle opere di Abelardo, ma anche di san Bernardo di Chiaravalle.

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Nominalismo

Per il nominalismo, che corrisponde all'indirizzo stoico della logica antica e medievale, l'universale non è una "res", una sostanza, ma solo un "nomen", un segno delle cose. La sua valenza è ridotta alla funzione logica della predicabilità. Per Roscellino, sostenitore di un nominalismo estremo che lo stesso Abelardo critica, l’universale altro non è che "flatus vocis", cioè è un puro suono; perché "nihil est praeter individuum", cioè solo gli enti individuali hanno esistenza reale.

Per Abelardo, sostenitore di una dottrina più moderata nota come "concettualismo", l'universale non può essere una "res" (altrimenti una medesima cosa potrebbe avere anche predicati contraddittori); ma l'universalità è frutto di un’operazione mentale con cui si prendono in considerazione gli aspetti in cui le cose individuali convengono per similitudine, prescindendo - "astraendo" - dagli aspetti differenti. Nella realtà non vi è nulla di universale: l'universale è "sermo", "vox significativa", cioè una rappresentazione mentale, la quale però è carica di significatività verso la realtà esterna. Guglielmo d'Ockham porterà il nominalismo alle sue logiche conseguenze, asserendo che l'universale è solo un "nomen" che svolge la funzione di "suppositio", cioè sta al posto di una realtà singolare.

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Realismo

Per il realismo, che corrisponde all'indirizzo platonico-aristotelico della logica antica e medievale, l'universale è, oltre che concetto nella mente, anche l'essenza necessaria o sostanza delle cose. La forma estrema del realismo (attribuita da Abelardo al suo maestro Guglielmo di Champeaux) è quella platonizzante, per cui l'universale sarebbe la sostanza e gli individui rappresenterebbero altrettanti accidenti di tale sostanza. Più moderata la versione aristotelica del realismo (sostenuta ad esempio da Tommaso d'Aquino): l'universale è "in re" come forma delle cose, "post rem" come concetto nella mente e "ante rem" come Idea nella mente divina. Semi-aristotelica è invece la soluzione di Duns Scoto, per cui l'universale esiste solo nell'intelletto, ma esiste nelle cose una "natura comune".

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Riscoperta di Aristotele

Nell'Alto Medioevo, le opere di Aristotele erano cadute nell'oblio in Occidente, ma si erano conservate in ambito islamico; fu grazie ai filosofi arabi che Aristotele tornò in Occidente. Questo ritorno avvenne in varie fasi: all'epoca di Abelardo iniziarono a essere tradotte in latino le opere logiche dell'Organon aristotelico; solo un secolo dopo, all'epoca di Tommaso d'Aquino, l'Europa conoscerà la Fisica e la Metafisica di Aristotele.

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Ruminatio

Nozione centrale della cultura teologico-monastica, indica la "masticazione" della parola divina, ossia la sua assimilazione quale nutrimento spirituale. La meditazione contiene in sé anche un aspetto "fisico", "muscolare", acustico, dovuto principalmente all'abitudine dei medievali di leggere a voce alta. Ne consegue che la memoria dell'uomo medievale è, anzitutto, una memoria di tipo uditivo, basata sulla frantumazione della parola – e della Parola – in unità (linguistiche e sonore) più elementari.

Si vedano in proposito le celebri pagine di Jean Leclercq (Cultura umanistica e desiderio di Dio. Studio sulla letteratura monastica del Medio Evo, Sansoni, Firenze, 1965, pp. 92-100); il Leclercq basa la sua analisi della nozione di ruminatio ("unità di lettura, meditazione e preghiera") sulla diade lectio monastica/lectio scolastica: "La lectio scolastica tende verso la quaestio e la disputatio. Le si pongono e ci si pongono, in relazione ad essa, dei problemi: quaeri solet. La lectio monastica tende verso la meditatio e verso l'oratio. La prima è orientata verso la scienza e il sapere; la seconda verso la sapienza e il gusto. Nel monastero la lectio divina, attività che comincia con la grammatica, sbocca nella compunzione, nel desiderio escatologico. […] nel medio evo si legge generalmente pronunciando con le labbra, almeno a voce bassa, ascoltando perciò la frase che gli occhi vedono […]. Ne deriva, più che una memoria visiva delle parole scritte, una memoria muscolare delle parole pronunciate, una memoria uditiva delle parole ascoltate. […] Questa ripetuta masticazione delle parole divine è richiamata talvolta dal tema della nutrizione spirituale: i termini si ispirano allora all'azione del mangiare e del digerire, in particolare a quella forma di digestione propria dei ruminanti: così la lettura e la meditazione sono talvolta designate con la parola – tanto espressiva – ruminatio".

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Teologia

Abelardo è stato il primo pensatore a usare il termine "teologia" intendendo con essa una disciplina pienamente scientifica. Il termine esisteva prima di Abelardo, ma era usato nell'ambito della mistica, dove non si configurava come uno studio razionale, mediato dalla logica, della nozione di Dio, ma come una tensione spirituale verso la divinità, tensione autonoma dalla ragione e ad essa assiologicamente superiore. Per Abelardo, il mistero della divinità è naturalmente inaccessibile alla ragione; ma la fede è definita come "existimatio rerum non apparentium". La ragione ha una funzione di mediazione nei confronti della fede: tra le due facoltà non c'è rottura, ma continuità, complementarietà e collaborazione. La teologia abelardiana si concentra sulla spiegazione delle formule della fede, e nel mettere in luce come gli enunciati del dogma, non implicando contraddizioni, non siano contrari alla ragione.

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