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Il
monachesimo
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La Regola di Abelardo
Nella sua Regola per le monache (Ep. VIII) Abelardo accetta
e fa propri tutti i suggerimenti di Eloisa, aggiungendovi inoltre delle
riflessioni assai originali sul valore del silenzio,
sull'importanza dello studio, dell'apprendimento delle
lingue, e sui problemi connessi con la traduzione
del testo sacro; qui Abelardo riprende temi ciceroniani e osservazioni
di san Gerolamo sulla traduzione "ad sensum". Eloisa aveva esposto
i principi su cui, a suo avviso, doveva essere fondata l'osservanza monastica:
la discretio e la moderazione innanzitutto, ma anche la priorità
della vita contemplativa
e dunque la scarsa importanza attribuita al lavoro manuale, in aperto
contrasto con la Regola benedettina.
[Nell'immagine, Edmund Blair Leighton, "Abelard and his pupil
Heloise", 1882. Cliccare per l'immagine full-size (51 kb).]
L'influenza di Eloisa su Abelardo
Risulta dunque difficile, e comunque fuorviante, isolare le opinioni sul
monachesimo di Eloisa e Abelardo: le Epistole VI e VIII vanno invece lette
in parallelo, così da mostrare la perfetta concordanza
e unità di intenti dei due autori. Potremo così apprezzare
pienamente l'evoluzione del pensiero di Abelardo, che
lo ha condotto a rivedere il suo antico ideale ascetico ed eroico della
vita spirituale. Ancora nella Theologia Christiana (metà
degli anni Venti) Abelardo scriveva di ritenere che le pratiche ascetiche
estreme messe in atto dagli antichi filosofi costituissero degli esempi
validi ancora oggi, per i monaci. Ora invece, nell'Epistola VIII, Abelardo
cita Seneca e il precetto stoico che prescrive di vivere
secondo natura, sottolineando così la positività e la "naturalità
della natura". Seneca scriveva che il cammino verso la sapienza deve
essere improntato alla frugalitas, non alla poena: così,
per Abelardo ed Eloisa, evitare il superfluo diventa
la meta, e non più mirare all'ascesi. Questa evoluzione si riflette
anche nello Scito te ipsum abelardiano.
Nonostante le divergenze con Eloisa sul problema etico, Abelardo mostra
di essere influenzato da lei: Eloisa ha contribuito a
far sorgere in Abelardo una precisa coscienza della qualità e dell'entità
del problema etico, dei termini in cui quel problema va posto. L'infirmitas
strutturale della natura umana si ripercuote anche sulla norma morale
e soprattutto sugli ordinamenti giuridici. Abelardo porta l’esempio
tragico del giudice costretto a condannare un innocente: esempio ripreso
fedelmente anche da Eloisa, il che testimonia di un possesso comune di
problemi e nozioni. La giustizia umana, a differenza
di quella divina, non riesce a scrutare il cuore degli uomini: il suo
scopo è la communis utilitas, un criterio di mera opportunità
sociale.
Il silenzio
Il tema del silenzio è invece un contributo originale di Abelardo
alla comune riflessione sul monachesimo. Il silentium è
messo in relazione con la solitudine: Abelardo ricorda
l'etimologia del termine monachus, che deriva dal greco monachòs,
"solo". È necessario che il monaco si applichi attivamente
al silenzio, che è qualcosa di diverso dal semplice tacere: lo
studium del silenzio è "vehemens applicatio animi",
che si lega nella riflessione abelardiana al tema della ruminatio,
concetto centrale della spiritualità monastica. In ambito monastico,
il silenzio esprime paradossalmente l'indicibile ed allude all'ineffabile,
qualificandosi come vero e proprio "dialogo con Dio".
Dunque il valore del silenzio è legato innanzitutto alla sacralità
della parola, e della Parola, di cui va rispettato il
carattere numinoso. Ed è a questo rispetto che Abelardo invita
le sue lettrici, le monache del Paracleto consorelle di Eloisa, richiamandole
ad una corretta finalizzazione del linguaggio; richiamo di cui è
evidente la matrice agostiniana.
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