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"Verba
pro rebus": parole al posto di cose
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Abelardo
è passato alla storia anzitutto come professore di logica, e Eloisa
come la sua allieva più dotata. Ma cosa c'entra la dialettica
di Aristotele con l'amore e l'amicizia?
[Nell'immagine, Angelica Kauffman, The Farewell of Abelard and Héloïse
(1780), olio su tela, Hermitage, San Pietroburgo. Cliccare sull'immagine
per la versione full-size (27 Kb).]
La logica per Abelardo
Per il Maestro Palatino la logica
(o dialettica) ha carattere teorico: è definita come "scientia
discernendi veritatem seu falsitatem sermonis", cioè quella
scienza che permette di distinguere i discorsi veri da
quelli falsi. In questo modo, la logica assume il ruolo di metodo
generale della scienza, acquisendo così lo statuto di "regina
delle scienze". Il dominio della logica è quello delle parole:
la dialettica, spiega Abelardo, non si interessa del rapporto con la realtà
esterna alla nostra mente. Essa è una scienza autonoma, formale
e completamente umana.
Dunque la logica può essere proficuamente applicata alla teologia,
ma a condizione che la disamina verta solo sull'enunciato del
dogma e non anche sul contenuto. Questo limite della logica, il suo carattere
formale che le impedisce di arrivare "al cuore della realtà",
è anche il suo punto di forza: permette di conservare intatta l'autonomia
e lo statuto scientifico della dialettica. All'interno di quei limiti,
insomma, il potere della mente umana è assoluto; fuori di quei
limiti, inizia il mistero di Dio.
Il problema degli universali
Questo problema si era posto già nella filosofia antica, ed era
stato risolto in maniera diversa da Platone, Aristotele e dagli stoici.
Per Aristotele i concetti possono essere classificati
mediante un rapporto di genere e specie:
ogni concetto è specie (= contenuto) di un concetto più
universale e genere (= contenente) di un concetto meno universale. Per
esempio, "quadrilatero" è specie rispetto a "poligono",
ma genere rispetto a "quadrato".
Aristotele definisce il concetto universale come "ciò che,
per sua natura, si presta ad essere predicato di più cose".
Nel Medioevo, questa definizione dà luogo a tre ordini di problemi
(così come esposti da Porfirio nel III secolo d.C.):
- Gli universali sono entità realmente esistenti,
oppure hanno esistenza solo nella nostra mente?
- Se esistono nella realtà, sono corporei o
incorporei?
- Se esistono nella realtà, sono separati ("ante
rem", come le idee platoniche) oppure esistono nelle cose
sensibili ("in re", come le forme aristoteliche)?
Dalle diverse risposte a queste domande si originano le due principali
correnti della logica medievale, il realismo
e il nominalismo,
all'interno delle quali si riscontrano poi posizioni differenti e più
o meno radicali o moderate.
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